Il karate e la fine delle illusioni
- Paolo Arlotti
- 23 mar
- Tempo di lettura: 2 min
C’è un passaggio di Un giorno credi di Edoardo Bennato che, se ascoltato davvero, lascia poco spazio alle interpretazioni:

“Mentre tu sei l’assurdo in persona… raccontare a tutta la gente del tuo falso incidente.”
Non parla solo di debolezza. Parla di qualcosa di più sottile: l’illusione che costruiamo per non vedere la verità.
E il karate, forse più di qualsiasi altra disciplina, è il luogo in cui queste illusioni smettono di funzionare.
L’illusione dell’io
Ogni praticante entra nel dojo con un’immagine di sé: forte, capace, determinato… oppure fragile, insicuro, inadeguato.
Ma sono entrambe costruzioni.
Nel momento in cui inizi a muoverti, a respirare, a confrontarti con la tecnica e con gli altri, qualcosa accade: quell’immagine comincia a incrinarsi
Il pugno non è come lo immaginavi. La guardia cede. Il fiato si spezza.
E in quell’istante emerge una verità semplice: non sei ciò che pensi di essere.
Il “falso incidente” come difesa
Di fronte a questa frattura, la mente reagisce.
Cerca protezione. Cerca una narrazione.
E così nasce il “falso incidente”:non come menzogna verso gli altri, ma come difesa verso sé stessi.
“Non oggi.” “Non è il mio momento.” “Non importa davvero.”
Non sono solo scuse. Sono tentativi di conservare un’identità che sta crollando.
Il Dojo come luogo di verità
Il dojo è uno spazio raro.
Non perché sia severo. Ma perché è imparziale.
Non giudica, non consola, non interpreta.
Riflette.
Ogni gesto, ogni esitazione, ogni respiro diventa uno specchio .E quello specchio non può essere aggirato.
Nel tempo, il praticante comprende qualcosa di essenziale: non è possibile mentire nel gesto
Puoi mentire con le parole. Puoi mentire con i pensieri.
Ma non puoi mentire nel corpo.
La caduta delle maschere
C’è un momento, nel percorso, in cui le scuse iniziano a perdere forza.
Non perché diventi più forte. Ma perché diventano inutili.
Non servono più a proteggerti .Non servono più a convincerti.
Rimangono vuote.
E allora resta solo ciò che è reale:
la ripetizione
l’errore
la presenza
È un passaggio silenzioso, ma decisivo. È l’inizio della pratica autentica.
Credere senza raccontarsi
“Un giorno credi…”
Ma nel karate credere non è un atto mentale. Non è un’idea.
È una pratica.
È entrare nel dojo senza bisogno di dimostrare qualcosa. Senza bisogno di raccontarsi una storia.
È esserci, completamente.
Allenarsi senza cercare conferme. Senza cercare alibi. Senza cercare un’immagine da salvare.
La via
Alla fine, il karate non ti chiede di essere forte. Ti chiede di essere vero.
E questa è la cosa più difficile.
Perché essere veri significa rinunciare alle spiegazioni comode. Significa lasciare cadere il “falso incidente”. Significa accettare ciò che c’è, qui e ora.
Ma è anche ciò che libera.
Perché nel momento in cui smetti di raccontarti, inizia davvero il tuo percorso.
Oss.





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